L’enfant de la gloire

18 08 2009

Duecentoquarant’anni fa, nel giorno di Ferragosto, nasceva ad Ajaccio l’uomo che avrebbe restituito all’Europa dignità, entusiasmo, coscienza e speranza: Napoleone Bonaparte. Francese per caso, poiché la Corsica era stata ceduta alla Francia solo un anno prima della sua nascita, il Corso si dimostrò l’uomo della Provvidenza.

Tra Repubblica e Monarchia

Giovane ufficiale di artiglieria, fu colto dalla tempesta della Rivoluzione Francese. Di simpatie repubblicane – sognava di fare della Corsica un’indipendente “repubblica spartiata” – ma di valori nobili e guerrieri, il futuro uomo della Sintesi si trova, durante la guerra civile, ad avere simpatie tanto per la sinistra giacobina quanto per il ribellismo vandeano. Si oppone però tanto al Terrore repubblicano quanto alle manovre degli Emigranti che collaborano con l’Inghilterra. Il caso gli consente di essere chiamato a contrastare, e a sconfiggere, i monarchici filo-inglesi sia a Tolone sia più tardi a Parigi: ciò, unito alle sue indiscutibili capacità di condottiero militare che l’epoca turbolenta mise in risalto nelle guerre nazionali contro le coalizioni nemiche, lo proiettò nel proscenio politico. Tanto era il disprezzo che provava per il partito degli Emigranti quanto l’ammirazione che gli ispiravano i ribelli per Dio e per il Re: i vandeani che si rifiutò di combattere e gli stessi Chouans cui offrì, una volta al potere, ruoli di prestigio e di comando nell’armata imperiale dopo aver promulgato l’amnistia nei loro confronti.
Provvisto di quella rara capacità d’intendere le cose in modo inclusivo e sintetico, e d’interpretarle con quell’ et et che si contrappone all’ aut aut, qualità che, più tardi, sarà tipica di Mussolini, Napoleone era l’uomo giusto per ricomporre l’unità di una nazione spaccata, insanguinata e prostrata sotto il fanatismo pandemico. Colse della Repubblica quanto c’era di positivo e di equo, e della Monarchia quanto vi era di verticale e di etico. E all’una e all’altro aggiunse il concetto romano e ghibellino, da tempo smarrito, di Imperium.

Imperatore

Fu così che si fece Imperatore. Contrariamente a quanto ebbero ad affermare, e di solito per ignoranza insistono a fare, i suoi gelosi detrattori, l’Empereur seppe distinguersi anche simbolicamente da quella che essi definiscono sovversione. La Corona, per esempio, la fece consacrare a Notre-Dame dal Papa; se la mise egli stesso sul capo – indicando con ciò la ripresa dello spirito ghibellino fondato dagli Ottoni – ma non sostenne mai che fosse di provenienza democratica. “Dio me l’ha data e guai a chi la tocca!” indica chiaramente qual era il pensiero del Bonaparte capace d’intendere l’alto dov’è l’alto e il basso dov’è il basso.
Era stato anche l’autore del primo Concordato e il liquidatore dello “stato civile” del clero. Sarà con delusione, sconcerto e rabbia che apprenderà la decisione di Pio VII di predicare la rivolta contro di lui nel momento in cui è chiamato a far fronte alla minacciosa Quinta Coalizione. Non si spiegherà perché mai il Papa abbia scelto il partito inglese che pure, noterà Napoleone, è anticattolico e abbia così stretto alleanza con i protestanti, gli ortodossi e gli israeliti. Il suo sgomento deve essere stato pari a quello di Federico II, scomunicato per aver conquistato il dirttto per i cristiani di recarsi al Santo Sepolcro!
Per entrambi rendersi conto di quanto il potere temporale e soprattutto l’avversione all’idea dell’Imperium nel Papato prevalesse su tutte le considerazioni di fede e di giustizia, deve essere stato motivo di stupita sofferenza.

Napoleone e gli ebrei

Napoleone aveva un’intelligenza fuori dal comune e anche una cultura profonda; la medesima che lo spinse a scegliere regolarmente simboli solari, a partitre dall’ape scelta come emblema di famiglia.
Nel 1806 Bonaparte decise di convocare le gerarchie religiose ebraiche per risolvere una questione di fondo. Gli ebrei avevano ottenuto la cittadinanza durante la Rivoluzione e l’Empereur pretendeva da loro che in cambio decidessero se considerarsi francesi e, quindi, non praticare usura verso tutti gli altri cittadini, o se non considerarsi francesi affatto: una duplicità era inconcepibile. Avendo letto il Talmud, preoccupatosi di quanto vi si afferma, egli vergò personalmente e fece sottoporre al Sinedrio un questionario meticoloso in dodici punti che dovevano determinare la scelta incondizionata di francesizzazione e il rigetto del particolarismo. La comunità ebraica rispose all’intento napoleonico spaccandosi letteralmente in due.
Contemporaneamente però Bonaparte si trovò a far fronte, come ogni altro sovrano, al potente sindacato di banchieri che in Francia faceva innanzitutto gli interessi inglesi. Era composto da Labouchère, Boyd, Hope di Amsterdam, Bethmann di Francoforte, socio dei Rothschild, Parish di Amburgo e Baring di Londra. Napoleone concepì un’azione a raggio europeo per porre freno all’usura e per eliminare i privilegi del feudalesimo finanziario. Questo lo rese il nemico per eccelenza della casta finanziaria che faceva capo ai Rothschild i quali sostennero economicamente ogni impresa anti-napoleonica, che ancor oggi taluni confondono come “tradizionalista”.
Il ricordo della sfida bonapartista è rimasto indelebile nelle cerchie della nobiltà di danaro. Nel 1938 il rabbino di New York, parlando in nome del Congresso Ebraico, nel predicare la guerra mondiale contro il fascismo italo-tedesco, che il Cfr – ovvero il centro privato che decide la politica americana a nome die poteri forti – sta preparando meticolosamente già dal 1933, dirà: “Per liquidare Napoleone ci abbiamo messo vent’anni, per il fascismo ne impiegheremo cinque”. Il conto non è preciso (rispettivamente sono sedici e sei) ma la profonda connessione e la continuità tra i due fenomeni popolari, nazionali, europei, antispecualtivi e ghibellini è ben chiara a chi sente i propri privilegi oligarchici e particolaristi minacciati dall’Imperium. Meno chiara lo è stata per diversi intellettuali di estrema destra eccessivamente “testacchioni” e astratti.

La Santa Finanza

Non solo il rabino di New York ha visto giusto, ma tutto quanto la destra tradizionalista ha preteso a proposito di Napoleone e del fronte “tradizionale” è proprio l’inverso del reale. Al di là delle tante mistificazioni e calunnie degli storiografi di parte, vanno considerati i fatti.
Le calunnie sono innumerevoli; la più comune riguarda l’appartenenza massonica dell’Empereur che però non risulta da nessun elemento concreto ma viene data per scontata dallo schema semplicistico, contrario ad ogni autocritica, che è proprio all’ideologia controrivoluzionaria che abbisogna di giustificazioni esterne e maligne per spiegare il proprio declino e mascherare la propria debolezza. E’ poi singolare che il Corso venga considerato massone senza alcun elemento incontrovertibile a sostegno di questa tesi quando invece di quel Napoleone III, che lo era realmente, e che schiacciò la Repubblica Romana per conto di Pio IX, si ha la tendenza a dimenticare l’obbedienza di loggia.
I fatti sono eloquenti molto più delle speculazioni ideologiche. Quello principale è che a contrastare Napoleone e poi a costituire il sistema definito “in ordine” che sarà garantito dalla Santa Alleanza sono proprio i banchieri, i classisti, le logge protestanti e le cerchie guelfe. Dopo Napoleone in Europa prese infatti a regnare incontrastata la dinastia dei Rothschild; la Restaurazione che, nel nome del Trono e Altare, s’impose nel continente fu, in realtà, il regno della Santa Finanza.
Ancora una volta lo schema dei controrivoluzionari si è mostrato fallace, perché dogmatico, schematico, non inclusivo e privo di capacità di sintesi. Sicché così come la Rivoluzione Francese era stata innanzitutto opera della nobiltà e del clero (che si erano ribellati alla tassa del ministro Polignac sui loro possedimenti terrieri), la Restaurazione sarà la riproposizione degli schemi sociali precedenti l’89 in un sistema tecnologicamente e finanziariamente rinnovato. La nostalgia dell’Ancien Régime si spiega innanzitutto per i sapori e i ritmi di un’epoca pre-industriale; che tuttavia quello fosse già tarato in sé e in buona parte marcio ci si dimentica troppo spesso di considerare; ciò accade sia nelle valutazioni sulle cause scatenanti della Rivoluzione Francese, sia nelle valutazioni del poi. Quegli schemi sociali e culturali non potevano essere altri che quelli che poi hanno prodotto il Bilderberg, e lo dimostrarono già nel 1815 quando si produsse un ordine multinazionale oligarchico che ne è l’antenato legittimo.

Nobiltà eroica

Un altro modo di vivere la modernità, nello spirito guerriero e nella ripresa di una continuità con i Patres, ciò che, in poche parole, caratterizzerà i fascismi, è già pienamente espresso nel bonapartismo. Che non è egualitarismo ma equità, che esprime nuove nobiltà e le seleziona sui comportamenti, in particolare su quelli eroici. Che collega la figura del Cesare, garantita dalla fedeltà incondizionata degli eserciti “plebei”, a un popolo che da lui pretende, ed ottiene, la moderazione dei potenti, la giustizia, la lotta ai soprusi. In quello spirito va a formarsi e saldarsi l’idea di popolo e nazione come fascio di energie e di virtù, come comunità di destino.
Questa è la chiave per comprendere il consenso incondizionato e generale di cui godé sempre Napoleone. Tutto il resto non fa che spiegare e qualificare questa magia centripeta del fascio.
Il valore, la generosità, l’animus, l’intelligenza di colui che incendiò il mondo, che valorizzò il genio e l’intendenza, i servizi medici, l’assistenza, le pensioni per gli invalidi, di colui che debellò le pestilenze con le nuove normative sulle sepolture, sono tutti aspetti di un’unità che è fatta di eroismo e partecipazione: ovvero di Tradizione in senso pieno, opposta al museo delle cere formato dalle vetuste caricature care ai mediocri innalzati sui trampoli. Rimodellare il corpus sociale sulla base delle qualità reali, e nei princìpi dell’eroismo, mettendo a soqquadro le piramidi della mediocrità: ecco il senso profondo della rivoluzione napoleonica e la più grande analogia che essa ha con quella hitleriana.

L’acceleratore?

Conosciamo l’obiezione dei controrivoluzionari più intelligenti: Napoleone sarebbe stato l’acceleratore della modernizzazione e avrebbe inquinato, con il Codice Civile che solitamente aborrono, l’ordinamento “tradizionale” di un’Europa che si vuole fosse sonnecchiante. Molto ci sarebbe da ridire sulla confusione che si fa tra “tradizionale” e “arcaico”, vieppiù se si va a indagare sulle origini di certi ordinamenti “tradizionali” che si rivelano molto più sovvertitori di quanto s’immagini. Ma lasciamo questa diatriba ad altro momento e altro luogo; il fatto reale è che Napoleone si è inserito sulla vincente ondata giacobina – che non ha prodotto – che risultò trionfante sulle non motivate coalizioni internazionali, rettificandola e indirizzandola verso tutt’altri lidi. E comunque nel gioco geopolitico ma anche ideologico che si è sviluppato a partire dalle guerre di successione e che si è intensificato ai tempi della Rivoluzione Americana, tra gli ordinamenti contrapposti, i napoleonici, quelli democratici e quelli dei restauratori, non vi è dubbio che siano i primi ad essere i migliori da tutti i punti di vista, ivi compresi quelli tradizionali.

Popoli e schemi

Se gli schemi possono aiutarci a interpretare la storia questa però, spesso, li ignora. Così come diversi popoli nordici saranno più restii che entusiasti alla proposta di rinascenza razziale hitleriana che troverà invece una forte adesione araba ma anche in popoli asiatici, la scelta di campo nei confronti dell’Empereur non si può risolvere in base a questioni culturali o concezionali. Se la Spagna e il Tirolo, per esempio, gli saranno ostili in nome di Trono e Altare, la cattolicissima e ultramonarchica Baviera gli sarà fedele.
La sua concezione di Impero Europeo – che vede minacciato dalla potenza marittima britannica e dalle orde asiatiche da est – dividerà i popoli. Anche nel provocare reazioni patriottiche di stampo nazionalpopolare sarà comunque Napoleone a fare da lievito. In una volontà di riscatto speculare si fonda il nazionalismo tedesco codificato da Fichte. C’è lì lo spirito völkisch che in Napoleone, più latino, è a dir poco sfumato; più nazista, di già, il nazionalpopolarismo germanico, più fascista quello francese ispirato dal Corso.

Saint-Paulien

Passata la tempesta che spaventò banchieri, oligarchi, e in particolare la perfida Albione (avete mai visto quanti monumenti a Wellington e a Nelson ci sono a Londra? Indice di come gli inglesi abbiano temuto l’azione del Bonaparte) si è cercato di farne dimenticare l’artefice. A questo escamotage ricorsero dopo essersi resi conto che le calunnie più gratuite e infondate potevano poco per scalfire l’immagine di Napoleone in un’epoca in cui il battage televisivo era sconosciuto e perciò la menzogna meno facile da inculcare. Ci sono voluti oltre due secoli perché la sua presenza palpabile iniziasse, però, a divenire più sfumata e lontana. L’amore del popolo francese e di molti altri popoli per l’Empereur è rimasto saldo, indelebile. Ne “I leoni morti”, che racconta la battaglia di Berlino e la difesa estrema del cuore dell’Europa da parte dei volontari francesi della Charlemagne, Saint-Paulien fa cantare ripetutamente ai giovani volontari francesi un peana all’Empereur, “enfant de la gloire”, figlio della gloria. Dello stesso autore un libro eccellente, purtroppo inedito in Italia, sulle vite parallele tra i due ultimi conquistatori ghibellini “Napoléon, Hitler: deux époques un destin” getta luce dettagliatamente non solo sulle affinità tra le due bestie nere delle oligarchie di ogni credo e colore ma rivela numerosi particolari storici sui quali i mistificatori hanno provato a gettare l’oblio per favorire gli equivoci e le intepretazioni distorte. Nulla hanno però potuto di fronte all’aura dell’Empereur, ancora così attuale, vivo e minaccioso a duecentoquarant’anni dalla nascita: nel cuore dei semplici, dei romantici, dei fieri, dei liberi, dei valorosi e dei guerrieri.

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One response

27 08 2009
luca brunetti

…lucidissimo! sunto in un “manciato” di righe e sapientemente esposto ciò che “deve” risaltare, da un taglio di luce finalmente “fatale” nell’immenso mare magnum dell’opus Imperiale… ho passato dieci anni della mia vita a leggere tutto su di “Lui”, avendolo scoperto, (quale responsabilità!!!) alla pari del Duce, attraverso l’immensa opera di hugo “i miserabili”…a Lui piccino, letti la sera, al canto del foco, dai vecchi del paese… da lì il parallelo del destino mi sconvolse, potrebbe ciò figurare nelle “vite parallele” di Plutarco. l’approfondire le biografie di rotshchild e l’incontro con “Maestri” mi rivelarono il disegno di controiniziazione (non l’ultimo) a cui albione si prestò per salvarsi (debiti pagati fino al 1850 e nathan primo non inglese innalzato alla parìia)… due immense Anime gli Dei Vollero! per arginare …l’oggi …ahimè! l’anagrafe impietoso mi negò waterloo e berlino.
ciò che ho letto è quanto vado ripetendo, con ingrati risultati, agli amici che malgrado tutto, mi stanno ancora a sentire…
Grazie a Voi …luca

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